Il Mercato Della Carne

Categoria: Mercati Specifici
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Previsioni pessimistiche per l'economia russa stanno continuando a venire formulate anche in queste settimane dagli organismi indipendenti internazionali, mentre le statistiche e le dichiarazioni ufficiali del paese rimangono tradizionalmente più possibiliste; è però chiaro a tutti che, in genere, previsioni così nere sulla produzione non si erano più registrate nell'industria russa sin dal 1994.Secondo gli esperti, esclusivamente l'industria alimentare potrebbe nel 2009 sperare di evitare una riduzione delle sue vendite e del suo output, con buone possibilità di continuare a crescere, anche se soltanto con ritmi contenutissimi a costituire il nuovo minimo storico per tutto l'alimentare, mentre drammatici arretramenti, anche del 25-30%, sono stati pronosticati per comparti quali la metalmeccanica, la chimica, e l'industria leggera.Al continuato aumento dei redditi a disposizione e delle dimensioni della classe media, con la conseguente forte domanda di prodotti alimentari selezionati e di qualità, hanno posto un alt gli eventi della crisi economico-finanziaria mondiale, che in Russia hanno iniziato a manifestare in modo evidente i propri effetti verso il mese di settembre 2008; dati i complicati meccanismi socio-economici coinvolti e la generale scarsa affidabilità delle statistiche ufficiali russe, i risultati della crisi anche nel settore agroalimentare del paese diventeranno probabilmente chiari soltanto nelle prossime settimane, al graduale rilascio di nuovi dati aggiornati.Un primo allarme è comunque già giunto, e riguarda proprio l'altrimenti florido settore russo della carne, che sembra anch'esso essere stato colpito dalla crisi: a differenza di quanto avevano previsto gli analisti soltanto fino a poco tempo fa.La situazione dell'allevamento russo è in genere peggiore di quella dell'agricoltura estensiva; il totale di capi non ha infatti mai smesso di diminuire mentre la produzione di prodotti di carne è appena in fase di assestamento o in crescita soltanto marginale a partire dal 2006-2007. Il settore dell'allevamento è stato infatti quello che ha sofferto di più la transizione verso il libero mercato dello scorso decennio, e ciò è avvenuto per due motivi principali: innanzitutto la generalizzata perdita del potere d'acquisto della popolazione colpì in modo particolare, nel comparto primario, la carne e i latticini, mentre in secondo luogo l'importazione di prodotti di carne già trasformati dall'estero si dimostrò meno costosa di quella dei cereali ad uso animale che l'Unione Sovietica è stata solita importare per numerosi anni: l'allevamento sovietico è infatti tipicamente sempre stato inefficiente, in particolar modo dal punto di vista della produttività per quantitativi di foraggio e mangimi utilizzati. Le importazioni (che, pare paradossale, ma in molti casi erano più a buon mercato delle produzioni nazionali e senz'altro qualitativamente migliori) posero i produttori nazionali di fronte ad un'inaspettata concorrenza che li trovò del tutto impreparati, senza concedere loro le tempistiche necessarie per implementare la completa modernizzazione di tutto il settore.Un sollievo temporaneo a tale situazione avvenne soltanto a seguito della crisi finanziaria del 1998, i cui effetti benefici si limitarono però a circa 3 anni, dopo i quali l'import riprese a crescere enormemente, mentre il completamento dei più grandi progetti di aggiornamento dell'allevamento russo richiede fino a 5-8 anni per realizzarsi. Dal "Progetto nazionale per lo sviluppo del settore agricolo" attualmente in vigore è prevista la continuazione delle politiche di tipo protezionistico nel commercio con l'estero per quanto riguarda l'allevamento, approvando nuove quote e dazi per l'import di carne, ma abolendo i dazi doganali sulle importazioni di quegli impianti e macchinari di settore che non abbiano equivalenti in Russia.Nonostante questo panorama generale, alcuni comparti specifici hanno mostrato un recupero molto più evidente, in particolare l'allevamento di pollame, con la produzione di carne bianca in continuo e netto recupero sin dal 1999-2000; dal 2006, poi, risulta in aumento anche il numero di capi suini.Carne bianca e suina sono proprio quelle che stanno contribuendo al recente graduale aumento dell'output totale russo di carni.La crisi potrebbe paradossalmente agevolare il paese a diventare più indipendente dalle importazioni, in particolar modo proprio da quelle, imponenti, di pollame. In visita nella regione meridionale di Rostov, pochi giorni fa il primo vice premier Viktor Zubkov ha dichiarato che la Russia, la quale anche nel 2008 è stata il compratore più importante del relativo export degli Stati Uniti (per la gioia dell'importante lobby rurale a stelle e strisce), diventerà autosufficiente per il proprio fabbisogno di pollame e di suini a partire dal 2011, mentre la produzione di carne bovina verrà aumentata sensibilmente. La previsione di Zubkov per il 2009 è di una produzione nazionale di pollame prevedibilmente incrementabile di 386 mila tonnellate e di suini per 200 mila tonnellate). Il settore del latte/latticini e quello della lavorazione della carne restano ancora oggi i più frammentati dell'intera industria alimentare, ma allo stesso tempo quelli in cui è più evidente l'integrazione verticale nella catena alimentare con la disposizione diretta degli allevamenti. Nel comparto carni, anche se sono particolarmente evidenti i marchi di un numero relativamente contenuto di grandi operatori, occorre considerare che ancora oggi la carne trasformata e confezionata conta per poco più di un quarto dei consumi totali di carne in Russia, con la conseguenza che, in realtà, l'intero mercato delle carni resta molto frammentato. In parecchie regioni russe sono molto conosciuti i prodotti di Cerkizovsky, la più grande holding integrata del settore carni nel paese, così come nell'area moscovita quelli di Campomos, Mikoyan, e Tsaritsino, e in quella sanpietroburghese quelli di Parnas-M, Pit-Produkt, Severnaja, e Samson. Nonostante il sempre più evidente protagonismo delle grandi aziende alimentari locali, secondo il ministero dell'agricoltura ancora nel 2008 la Russia ha continuato ad importare il 36% di tutti i suoi prodotti alimentari, compresi il 41% della carne e il 27% del latte. Il preoccupante allarme di cui parlavamo all'inizio di questo articolo a proposito del mercato della carne riguarda i comportamenti di acquisto dei russi, ed è stato lanciato alla fine di marzo dall'Associazione russa dei produttori di carni. Nel 2008 la Russia ha importato 1,2 milioni di tonnellate di pollame, 800 mila tonnellate di carne bovina, e 770 mila tonnellate di carne di maiale; la produzione interna è stata invece rispettivamente di 2,2 milioni, 1,65 milioni, e 2 milioni di tonnellate circa. Le importazioni di carni del paese (quelle appena menzionate non comprendono le frattaglie e gli animali vivi) sono tradizionalmente regolate da quote e tariffe extra-quota, che generalmente dipendono dall'andamento dei mercati, dalla produzione interna, e dalle particolari relazioni commerciali che la Russia gode con i principali paesi esteri produttori da un anno all'altro.I dati sin qui menzionati sono proprio dell'Associazione russa dei produttori di carne, ricordata più sopra, che riunisce i più importanti tra stabilimenti di trasformazione, importatori, e allevamenti russi, e che rappresenta un'importante voce di lobby per il settore primario russo; l'Associazione ha evidenziato tanto la forte diminuzione su base annuale delle varie tipologie di importazioni di carne nei primi due mesi del 2009, quanto un recente cambiamento nei comportamenti di acquisto dei russi a riguardo dei prodotti di carne.In gennaio e febbraio, le importazioni russe di carne bovina sono infatti diminuite di oltre il 40% a 39 mila tonnellate, quelle di carne suina sono scese del 31% a 53 mila tonnellate circa, e quelle di pollame del 18%, a 92 mila tonnellate.La Russia dipende fortemente dall'import di manzo, in quanto il numero di capi bovini allevati in patria è in costante diminuzione, e secondo l'Associazione russa dei produttori di carne a questo declino non si riuscirà a porre rimedio nemmeno nel medio periodo; la situazione potrebbe cambiare tra non meno di dieci anni, dal momento che sarebbero adesso questi i tempi necessari per il completamento dei grandi progetti di aggiornamento dell'allevamento in corso, considerata la mancanza di linee di credito ad un tasso favorevole.Ciononostante, come evidenziato sono proprio le importazioni di carni bovine quelle ad avere sofferto di più nel primo bimestre.Ma non possiamo chiudere queste notazioni sullo stato dell'allevamento russo senza ricordare il completo fallimento delle politiche agricole ufficiali per risollevare proprio l'allevamento bovino da carne e da latte. Secondo esperti indipendenti australiani, negli ultimi quattro anni il paese avrebbe speso ben 8 miliardi di dollari per importare da Europa, Australia, Canada, e Stati Uniti un numero notevole di capi bovini selezionati per rinnovare razze e dotazioni delle proprie fattorie; risulterebbe che un apposito programma federale dal 2005 ad oggi avrebbe pagato l'importazione di 100 mila capi da riproduzione, i quali avrebbero dovuto servire ad innovare tutto l'allevamento russo in modo da renderlo autosufficiente non soltanto per la produzione di carne di manzo e di latte (la cui produzione è sconsolatamente bassa come quella di carne: aumentata di appena l'1% su base annuale nel 2008), ma anche per trasformarlo in un settore d'esportazione. A parte l'ammissione indiretta e macroscopica del fallimento delle procedure domestiche di selezione genetica, l'importazione in sé dall'estero di grandi partite di bovini a grande resa non garantisce automaticamente una resa altrettanto buona nell'ambiente naturale russo, anche perché ciò richiede senz'altro il soddisfacimento di specifiche condizioni tecniche, la costruzione di fattorie modello, e il lavoro di personale qualificato; alcune esperienze intraprese autonomamente negli anni recenti dalle regioni russe di introduzione sul proprio territorio di razze straniere non si sono infatti dimostrate particolarmente di successo.Quale peggiore differenziale si poteva perciò immaginare tra buoni propositi e risultati concreti! Per questo, recentemente anche esperti russi hanno cominciato a chiedersi perché 100 mila capi premium importati dall'occidente non abbiano assolutamente nemmeno iniziato, in quattro anni, a mettere freno alla crisi del latte/manzo russo.E gli stessi esperti non hanno speso molto tempo a trovare le (molte e sconsolanti) risposte a queste domande.C'è prima di tutto la tradizionale scarsa predisposizione nazionale per l'allevamento bovino (derivante dalla ricerca di profitti più rapidi, che fanno prediligere agli allevatori locali la suinicoltura e l'avicoltura); laddove questo sia stato invece portato avanti, esiste poi la convinzione che l'allevamento da carne debba ritenersi di livello inferiore a quello da latte.Si sono anche osservati l'assenza di una logica da parte degli allevatori russi nel guardare al futuro e alla prospettiva di migliorare la dotazione genetica nazionale delle mandrie (oggi poverissima) piuttosto che al veloce ottenimento di profitti; la dispersione di buona parte dei fondi federali tra una miriade di intermediari, prima che arrivassero alle loro destinazioni finali, cioè le fattorie; l'insufficiente addestramento di tecnici e manovalanza d'allevamento; la mancata costruzione di nuove stalle adatte ai costosi capi, laddove del resto sono pochissime le aziende russe specializzate nella loro costruzione e montaggio.E ancora: non è stata portata avanti per gli allevatori nessuna opera educativa su come sviluppare secondo criteri moderni una nuova mandria bovina nazionale; la scarsissima conoscenza da parte delle fattorie di "che cosa fare" con i capi selezionati importati dall'estero e a loro improvvisamente consegnati; l'altrettanto scarsa cultura nutrizionale e l'insufficiente rifornimento di mangimi adatti e di qualità superiore per i capi di razza da riproduzione.Poco peso, a giustificazione di questo insuccesso, pare avere l'obiezione mossa da alcuni burocrati di Mosca secondo cui i paesi venditori avrebbero spedito in Russia un numero notevole di capi di qualità inferiore, sottopeso, o altrimenti palesemente malati; nonostante si parli di nazioni tradizionali esportatrici di animali vivi, settore che per loro rappresenta un business serio e da miliardi di dollari.Dal punto di vista delle abitudini alimentari, le importazioni di pollame nel 2008 sono diminuite nonostante l'Associazione russa dei produttori di carne ritenga che a causa della crisi molti russi consumeranno più carne bianca che rossa, essendo la prima più a buon mercato.Ed entriamo così nel merito proprio dei comportamenti d'acquisto.Secondo uno studio reso pubblico alla fine di marzo sempre dall'Associazione russa dei produttori di carne, nel 2009 i russi consumeranno il 20% di carne suina e bovina in meno, preferendo la più conveniente carne bianca; qualora la crisi economica dovesse però perdurare ed i prezzi del pollame aumentare, allora una parte considerevole dei consumatori tenderà ad astenersi dal consumo di carne per dirigersi verso altri prodotti alimentari.Gli esperti hanno anche notato, da parte delle industrie alimentari, un sempre più netto ricorso all'aggiunta di frattaglie ai salumi (per renderli più economici), dal momento che sarebbero diminuite fortemente le vendite di salumi di categoria superiore; secondo gli ultimi dati disponibili, tra gennaio e febbraio le importazioni di frattaglie di manzo sarebbero ad esempio aumentate del 23%, e quelle di frattaglie suine del 20%.Il panorama dipinto da questa fonte sul mercato russo della carne nel 2009 è quindi uno di sostanziale allarme.Sino al dicembre 2008 il consumo di carne dei russi, che era secondo fonti occidentali già a 50 chilogrammi pro-capite, era all'apice di numerosi anni durante i quali questo dato non aveva mai smesso di salire, mentre a partire dal 2012 un'altra fonte aveva calcolato che il consumo nazionale di carne sarebbe stato destinato a passare dagli 8,6 milioni di tonnellate stimati per il 2008 a 10 milioni di tonnellate.La malaugurata crisi economica di cui non intravediamo ancora chiaramente la fine, sta colpendo oggi in modo sempre più netto anche il mercato russo della carne e tutti i suoi player.

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