Sakhalin secondo Chekov
C’era un uomo che amava le isole. Era nato su un’isola, ma non gli si addiceva perché c’era troppa gente oltre a lui. Voleva un’isola per conto proprio: non necessariamente per starci da solo, ma per farne un mondo tutto per sé.
(David Herbert Richards Lawrence, L’uomo che amava le isole)
Sakhalan anda khada, roccia all’imboccatura del fiume Drago Nero: con queste parole mancesi i geografi del Celeste Impero, che vantava su quelle remote solitudini settentrionali una vaga forma di sovranità, indicavano un modesto isolotto situato in mezzo all’estuario dell’Amur. I gesuiti, ospiti della corte di Pechino, semplificarono quel lungo toponimo in Sakhalin o Saghalien e lo applicarono per un equivoco all’isola sbagliata: alla lunga terra estesa dalla foce del grande fiume fino a poche miglia dall’isola giapponese di Yezo, a dividere il mare di Okhotsk da quello del Giappone.
Nel 1890, Anton Pavlovich Cechov compì un lungo e faticoso viaggio sull’isola di Sakhalin, situata tra lo Stretto dei Tartari ed il Mare di Okhotsk. Lo scopo del viaggio era verificare personalmente le condizioni degli emarginati, dei sofferenti e dei deportati.
Nel suo libro-reportage, L’isola di Sakhalin, Cechov riferisce molte delle osservazioni fatte, nella stessa isola, dal dottor Vasil’ev, autore di Viaggio all’isola di Sakhalin.
A Sakhalin, dunque, in viaggio per regioni selvagge, fredde e, in gran parte, sconosciute. Che cosa lo spingeva? Niente altro che la volontà di conoscere, di esplorare, di smuovere la pigra ottusità, l’inerzia e il fatalismo di fronte alle grandi tragedie.E Sakhalin era una tragedia. Vi languivano e morivano, nel carcere perpetuo, centinaia di esseri umani condannati dai tribunali dello zar. “Il fine della letteratura”, ripeteva, spesso, Cechov, “è la verità assoluta.”
Sakhalin, la misteriosa e fosca isola dei deportati, situata nel lontano Pacifico, staccata dal resto dell’umanità civile come un andito dell’inferno, attirava Cechov quasi fosse una esperienza purificatrice, che non si poteva tralasciare, una specie di atto di pentimento altruista. Il grande e tenero scrittore, il medico curioso, instancabile e altruista, aveva in sé, in quel suo corpo malato ma così fiero e resistente, una grande forza.
L’idea di un viaggio a Sakhalin era venuta a Cechov quasi casualmente leggendo, con l’avida curiosità che gli era propria, qualche passo dei testi di legislazione e di diritto sui quali studiava il giovane fratello Michail. A questa, che fu l’occasione esterna, si aggiunga la profonda crisi morale che lo scrittore stava attraversando.
La letteratua non gli bastava più, era assetato di vita. Un anno prima era morto, di tubercolosi, il fratello Nicolaj, pittore fallito, precipitato per disperazione nell’abisso dell’alcol. Nicolaj era, dei fratelli Cechov, quello che più somigliava al padre, Pavel Egorovich. Era violento, odioso, orgoglioso e sfortunato.
Il viaggio è lungo, eterno. Quattromilacinquecento verste (2) di strade a malapena carrozzabili solo per attraversare la Siberia.
E, infine, Sakhalin, che Cechov definisce “il termine della notte”, uno dei punti più neri in cui l’uomo riesce a sopravvivere. Nell’isola Cechov si trattiene circa quattro mesi. Vede tutto, osserva, annota, con occhio freddo scientifico, analitico. Non è andato fin là per commuoversi, è andato per denunciare. Purtroppo non è munito di un permesso ufficiale. Non gli consentono di assistere alle esecuzioni capitali. Ha portato con sé migliaia di schede con le quali, anche per giustificare agli occhi delle sospettose autorità la sua presenza, compila una specie di censimento. Ha con sé la macchina fotografica e gli consentono di scattare delle immagini. Una di queste mostra una serie di condannati, coperti da lunghi cappotti, che attendono il loro turno per essere ferrati alle caviglie. Un fabbro sta ribadendo le catene ai piedi di un ergastolano. Le guardie dello zar vigilano.
“Ho vissuto nel nord di Sakhalin per due mesi. Ho visto tutto. Non so che cosa riuscirò a cavarne, ma ho fatto molto. Mi alzavo tutti i giorni alle cinque, mi coricavo tardi, e ciò non mi impediva di essere per tutta la giornata irritato pensando alle cose che non avevo potuto realizzare. Adesso che ho finito ho la sensazione di avere visto tutto, ma di non aver saputo notare l’essenziale. Tra parentesi devo dire che ho avuto la pazienza di fare il censimento della popolazione di Sakhalin. Ho fatto il giro di tutti i luoghi di deportazione, sono entrato in ogni isba, ho parlato con tutti. Ho utilizzato un sistema di schede e iscritto circa diecimila forzati e deportati. In altri termini a Sakhalin non vi è un solo forzato o deportato al quale io non abbia parlato. Ho potuto fare particolarmente bene il censimento dei bambini, sul quale ho fondato molte speranze…
Ho assistito a una fustigazione con le verghe, dopodiché, per tre o quattro notti ho sognato il carnefice e l’orribile cavalletto. Ho parlato con uomini incatenati a carriole…”
Cechov tornò a Mosca, il 9 dicembre 1891. Tre anni dopo, nel 1893, pubblicò il suo libro L’isola di Sakhalin.
Il libro attirò sull’isola di Sakhalin l’attenzione non solo del mondo letterario e scientifico, ma anche delle autorità. Per salvare la faccia di fronte all’opinione pubblica il governo dello zar fu costretto a inviare a Sakhalin una missione di controllo. L’accademico Anatolij Fedorovich Koni, giurista e scrittore disse che il libro “gli aveva fatto un’impressione sconvolgente sia per i fatti riferiti, sia per l’appassionata rivolta dello scrittore contro gli orrori della deportazione a vita”. Cechov era rientrato dal suo viaggio carico di mille impressioni. Diceva di sentirsi come uno che era tornato dalla guerra.
A Sakhalin lo scrittore, che si lamentava con se stesso di avere perso tanto tempo inutilmente, non aveva osservato solo la vita dei condannati. Con la sua acuta intelligenza aveva colto anche gli aspetti etnici e geografici di quella bellissima e sciagurata isola. Una sua osservazione sulle future possibilità di sviluppo della pesca, è stata puntualmente confermata.
Negli anni 1960, Sakhalin produceva il dieci per cento di tutto il pesce pescato nell’Unione Sovietica. Ma la scoperta della presenza sul territorio di enormi giacimenti di idrocarburi ha trasformato l'economia e la distribuzione della popolazione locale.